Ci sono dettagli nei film che, a un certo punto, cominciamo a guardare con occhi diversi. A me succede con le cose scritte a mano. Una lettera appoggiata su un tavolo, un appunto intravisto tra le mani di un personaggio: mentre la storia prosegue, mi ritrovo a seguire la forma di una maiuscola o il collegamento tra due lettere.
La lettera di Doc Brown a Marty McFly è uno di quei dettagli sui quali vale la pena soffermarsi. Anche perché arriva in un momento in cui, almeno alla prima visione, abbiamo ben altro a cui pensare.
Da qui in avanti si parla del finale di Ritorno al futuro, Parte II e dell’inizio della Parte III.
Una lettera sotto la pioggia
Siamo alla fine del secondo film. Marty e Doc sono riusciti a recuperare l’almanacco sportivo che aveva permesso a Biff di cambiare il futuro. Marty lo ha bruciato e le cose sembrano finalmente rimettersi a posto. Manca soltanto il ritorno a casa.
Poi un fulmine colpisce la DeLorean, con Doc a bordo.

La macchina scompare. Marty rimane sotto la pioggia, nel 1955, senza sapere dove sia finito l’amico e senza un mezzo per tornare nel 1985. È in quel momento che arriva uno sconosciuto della Western Union con una busta indirizzata proprio a lui. La società la custodisce da settant’anni, in attesa di consegnarla in quel luogo, a quella persona, in quel preciso giorno.

Dentro c’è una lettera di Doc. È vivo e sta bene, ma si trova nel 1885.
Marty ha appena visto scomparire l’amico. Doc, invece, ha già trascorso diversi mesi nel Far West e ha avuto il tempo di organizzare ogni cosa. Nel giro di pochi istanti, quella lettera trasforma una scomparsa in una nuova possibilità. Marty sa a chi rivolgersi: il Doc del 1955, quello che ha appena spedito nel futuro un’altra versione di lui.
È uno dei passaggi più belli della trilogia. La soluzione arriva attraverso un oggetto semplicissimo: una busta, qualche foglio, una scrittura a mano.
Quando lo scienziato lascia spazio all’amico
All’inizio della Parte III conosciamo meglio il contenuto della lettera. Doc racconta che cosa gli è successo e spiega dove ha nascosto la DeLorean, lasciando le indicazioni necessarie per ripararla. Vorrebbe che Marty tornasse nel 1985 e distruggesse la macchina del tempo, evitando altre complicazioni.
Ma, andando avanti, lo scienziato lascia spazio all’amico. Si preoccupa del cane Einstein, rimasto nel 1985, e affida a Marty il compito di prendersene cura. Poi lo saluta con parole affettuose, ripensando alle avventure vissute insieme.
Questo cambiamento mi piace molto. Il documento che deve risolvere un problema tecnico diventa una lettera di congedo. Doc sta cercando di dare un ordine alle cose, comprese quelle che gli stanno più a cuore.
Accanto alla voce del personaggio, possiamo cominciare a osservare la sua grafia.

Che cosa riconosciamo in quella scrittura?
L’occhio di chi pratica corsivo americano trova diversi elementi familiari: l’inclinazione verso destra, la continuità dei collegamenti, le aste che si allungano sopra e sotto il corpo delle minuscole. Il testo procede con scioltezza, anche se le righe ondeggiano e le forme non sono sempre regolari.
Non è la pagina impeccabile di un manuale. Ci sono variazioni, lettere più distese di altre, spazi che si aprono e si restringono. Sono proprio queste differenze a renderla interessante. Sembra una scrittura usata per comunicare, adatta a una lettera destinata a un amico.
Le forme richiamano la tradizione del corsivo americano e del Business Writing. Il pensiero corre facilmente al metodo Palmer, che tanta parte ha avuto nell’insegnamento scolastico della scrittura negli Stati Uniti. Prima di attribuire un nome preciso alla mano di Doc, però, conviene fare un piccolo passo indietro.
Palmer, prima e dopo il 1885
Austin Norman Palmer non inventò dal nulla il corsivo americano. Il suo lavoro si inseriva in una tradizione nella quale il sistema Spencerian aveva già avuto grande diffusione. Negli uffici e nelle scuole commerciali si cercavano forme di scrittura che permettessero di lavorare a lungo, con rapidità e chiarezza.
Palmer contribuì a questa ricerca con un metodo che semplificava le forme più elaborate della tradizione spenceriana e dedicava grande attenzione al movimento. La sua Palmer’s Guide to Business Writing fu pubblicata nel 1894. Il metodo, inizialmente destinato alle scuole commerciali, venne poi largamente adottato nelle scuole pubbliche americane. (Smithsonian, Library of Congress)

Ecco perché, guardando la data della lettera di Doc, viene spontaneo sorridere: 1º settembre 1885, diversi anni prima di quella pubblicazione.
Sarebbe però troppo sbrigativo gridare all’errore. Il Business Writing ha una storia più ampia del solo metodo Palmer, e il 1894 non è un confine prima del quale ogni forma affine fosse impossibile. Soprattutto, c’è un particolare che nel caso di Doc cambia completamente la questione.
Doc non è cresciuto nel Far West

Quando pensiamo a Doc nel 1885, lo immaginiamo con gli abiti dell’epoca, nella sua officina di fabbro, intento a trovare un modo per convivere con una tecnologia molto diversa da quella che conosce. Ma sotto quegli abiti c’è sempre l’uomo partito dal Novecento.
Ha già frequentato la scuola. Ha già imparato a scrivere. Ha trascorso una vita a prendere appunti, fare calcoli, compilare documenti e mandare lettere.
Perciò può procurarsi carta e inchiostro nel 1885, ma la sua mano porta con sé un’educazione ricevuta molto più avanti nel tempo.
È questa l’idea che rende la lettera così interessante ai miei occhi. Anche se le sue forme ci facessero pensare a una scrittura scolastica novecentesca, nel mondo di Ritorno al futuro avrebbero una ragione per trovarsi lì. Doc non deve imparare a scrivere come i suoi nuovi vicini. Continua a scrivere come ha imparato da ragazzo.
La sua grafia potrebbe essere una delle poche cose capaci di tradirne la provenienza.
Naturalmente questa è una lettura calligrafica del personaggio. Non abbiamo elementi per affermare che Doc abbia studiato proprio il metodo Palmer, né che la produzione abbia scelto quella grafia con questa intenzione. Ma osservare la scena da questa prospettiva aggiunge qualcosa al piacere del film.
Quello che la mano si ricorda
In fondo, non è un’esperienza così lontana dalla nostra.
Molti di noi conservano nella scrittura qualcosa dei primi anni di scuola: una particolare forma della f, un modo di cominciare la s, una maiuscola che non abbiamo più cambiato. Altre lettere si sono trasformate, magari per scrivere più in fretta o perché abbiamo incontrato un modello che ci piaceva di più.
La grafia si modifica nel corso della vita, ma non riparte da zero ogni volta che cambiamo ambiente. Si porta dietro ciò che abbiamo esercitato e ripetuto.
Pensare a Doc in questi termini rende il dettaglio quasi affettuoso. Può costruire una macchina del tempo, ritrovarsi nel West e inventarsi una nuova vita. Quando prende la penna per salutare Marty, compie ancora gesti imparati molti anni prima, in un secolo che intorno a lui non è ancora arrivato.

La lettera racconta così due tempi diversi: quello indicato accanto alla firma e quello custodito nelle abitudini di chi l’ha scritta.
La prossima volta che rivedrai quella scena, prova a fermarti un momento sulla pagina. Dopo aver seguito le parole di Doc, guarda i collegamenti, l’inclinazione, le maiuscole. Forse ti verrà voglia di prendere una penna e provare qualche riga.
Per cominciare, qui trovi i fogli guida per American Cursive e il manuale storico del metodo Palmer.
I fotogrammi e i materiali relativi a Ritorno al futuro accompagnano il commento alle scene e alla scrittura. Film © Universal Pictures e rispettivi titolari.

